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David Bowie

 

David Bowie con un costume disegnato da Kansai Yamamoto, 1973 ANSA/ Victoria & Albert Museum London EDITORIAL USE ONLY NO SALES NO ARCHIVE
David Bowie con un costume disegnato da Kansai Yamamoto, 1973

È la sera de 14 luglio 1967 e, in un teatro londinese, al termine di uno spettacolo di Lindsay Kemp, un diciannovenne timido ed eccentrico riesce ad accedere al suo camerino. La richiesta che il giovane fa al famoso coreografo inglese è di studiare con lui mostrando, fin da subito, la voglia di imparare: in particolar modo egli si mostra interessato ai trucchi del travestimento e del trasformismo, note caratteristiche nelle performances di Kemp. Notando la forte curiosità del ragazzo, l’attore accetta la proposta e, il giorno seguente, il nuovo allievo si presenta con una chitarra e una canzone, When I live my dream, subito inserita nello spettacolo in corso. Le prime note del brano sono il presagio della passione che esploderà tra i due nel corso degli anni, in una relazione consumata sia a livello artistico che privato: «When I Live My Dream / I’ll take you with me». Il nuovo allievo di Kemp si chiama David Robert Jones, conosciuto in futuro come David Bowie. L’appartenenza ad una famiglia “strana” (una madre dalle simpatie fasciste e un fratello malato mentale), oltre che la morbosa curiosità verso il mondo dell’arte, portano presto David a rifugiarsi in un “universo altro”, fatto di maschere e travestimenti, unico modo, in questa fase, per espiare le proprie frustrazioni. 20140326191047david_bowie_1975-copiaIn quegli anni e nel primo decennio degli anni Settanta, i giovani sono stufi di rispettare i tabù e di nascondere le proprie inclinazioni, tanto che, come un fiume in piena, l’omosessualità e la bisessualità irromperanno con prepotenza nella società inglese: apparire e trasgredire sono i nuovi imperativi a cui bisogna sottostare, che lo si voglia o meno. Così, la vicinanza col grande ballerino, unita a questi cambiamenti in atto nella sfera sociale, convincono Bowie a fare del proprio corpo un veicolo d’arte teatrale, assumendo un’identità mutevole e trasformista decisiva per la futura carriera. L’11 luglio 1969 l’artista fa uscire il suo primo singolo di successo, Space Oddity, una canzone che, oltre a riflettere il fascino della musica del periodo nei confronti dell’universo, è un chiaro omaggio al film 2001 Odissea nello spazio di S. Kubrick (1968). Siamo a pochi giorni dalla prima storica passeggiata di Neil Armstrong sulla Luna (20 luglio) e le atmosfere “celesti” del brano vengono affidate allo splendido mellotron di Rick Wakeman; il viaggio spaziale di Space Oddity viene compiuto da un certo Major Tom (primo alter ego di Bowie) e, a detta dell’artista, riguarda sostanzialmente il senso dell’“alienazione” e del “sentirsi soli”, rappresentato in un contesto lontano dalla Terra. La sera del 22 febbraio 1970, sul palco del Roundhouse di Londra, un David Bowie dal chiaro look effeminato (chioma riccioluta e abbigliamento multiforme) sfodera la sua prima scioccante performance, anticipando quello che sarà il suo primo album di successo, The Man Who Sold The World, pubblicato nello stesso anno. bowie-as-ziggy-stardust-1972Il 20 marzo 1970 Bowie sposa l’americana Angela Barnett (Angie), della quale dirà: «L’ho conosciuta perché stavamo con lo stesso ragazzo», chiarendo una volta per tutte la sua natura bisessuale. In questo nuovo album, il cantante si avvale di due tasselli importanti: il solido chitarrista Mick Ronson ed il talentuoso produttore Tony Visconti; soprattutto grazie a loro nasce un sound duro, a cavallo tra il soul e l’hard rock, su cui spicca la gracchiante voce di Bowie che, per la prima volta, appare nella copertina in abiti femminili. I testi grotteschi, una via di mezzo tra un futurismo orrorifico e il mito del Superuomo di Nietzsche, troveranno il loro apice nella canzone che dà il titolo all’album, The Man Who Sold The World, un brano conosciuto ai più per il suo riff di chitarra, reso immortale circa 30 anni dopo dalla versione dei Nirvana. Ma i brani più teatrali di Bowie sono essenzialmente due: Width Of A Circle, in cui si assiste ad una vera e propria “orgia elettrica” in stile Velvet Underground e After All, un oscuro valzer malinconico che rispecchia, in piena regola, l’ipnosi musicale degli Stooges di Iggy Pop. Il “marziano” del rock sta via via “cambiando pelle” e la svolta, in questo senso, si avrà col successivo Hunky Dory (1971): il genere utilizzato è il glam rock inglese (un’invenzione del musicista Marc Bolan), in cui i temi e l’estetica si basano su tre principi: disimpegno, travestitismo e ambiguità sessuale. Per l’occasione Bowie sfodera sul palco tutine spaziali, stivali in pelle, rimmel e lustrini. bowie-glam-rock-6Riprendendo le parole di John Lennon: siamo di fronte ad un «rock ‘n’ roll col rossetto». Per questo disco, il chitarrista Ronson assume un gruppo di musicisti eclettici, ribattezzati in futuro gli Spiders from Mars (“I ragni provenienti da Marte”) che, uniti al polistrumentismo di Bowie (voce, sax e piano), danno vita ad un disco di grande varietà musicale dove, però, a spiccare sarà principalmente l’immagine; partendo dalla copertina, che vede nuovamente un Bowie “femminile” in una posa alla Greta Garbo, si passa ad una lunga galleria kitsch di personaggi (da Frank Zappa a Bob Dylan, da Andy Wahrol a Walt Disney). Il trasformismo di Bowie è tutto nel ritornello della canzone che apre l’album, l’arcinota Changes: «Changes / Turn and face the strange / Changes / Just gonna have to be a different man / Time may change me / But I can’t trace time»; un’agrodolce riflessione sui cambiamenti critici della vita. Il brano che sancisce il definitivo sodalizio col teatrino fantascientifico, nascondendo però una forte critica sociale, è Life on Mars dove, su un maestoso arrangiamento orchestrale, c’è, in assoluto, una delle migliori prove vocali del nostro artista; il testo è ancora una volta il visionario succedersi di immagini della società dei consumi (John Lennon edavid-bowie-david-bowie-17545558-1024-768 Mickey Mouse), vista attraverso gli occhi di una ragazza che, fuggita disperatamente dalla realtà, troverà riparo solo nella finzione di un film. Nel 1972 è la volta di The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, album in cui Bowie descrive ed interpreta l’ascesa e l’auto-distruzione di una rockstar di nome Ziggy, una sorta di messia “plastificato” che apre e chiude, nell’arco di una sola stagione, la nuova era del rock. In questa ascesa e caduta viene sublimata tutta l’arte di David Bowie, dal «quarto d’ora di celebrità» invocato da Warhol al morboso edonismo di Dorian Gray. Nella canzone Starman, Ziggy (Bowie) fa un’acuta riflessione sui temi ricorrenti della morte e l’alienazione (il divismo come metafora della condizione umana), e sul destino effimero della star destinata, in breve david-bowie-1971-2-resizetempo, dall’essere idolatrata all’essere stritolata dallo star system. Moonage Daydream ci annuncia invece che l’Era Lunare è arrivata, e con essa il suo Messia: «I’m the space invader / I’ll be a rock ‘n’ rolling bitch for you!». Ziggy è quindi un redentore ma, allo stesso tempo, “una puttana”, il simbolo della verginità perduta del rock. Un personaggio, Ziggy, costruito insieme al maestro Kemp, dove l’arte giapponese ed il teatro di Artaud si combinano perfettamente con l’aspetto da drag queen e l’estetismo glam. Lo show di Ziggy e dei suoi Spiders raggiungerà il culmine nella performance del brano Suffragette City, un’esplosione totale di rock ‘n’ roll grezzo, fiumi e fumi di alcool e sigarette, atteggiamenti ed odori di travestitismo e sessualità. La strada per il successo e per l’ascesa è ormai intrapresa, e da questo momento in poi non resta che riscendere, tornare indietro. E così, il 3 luglio 1973, sul palco dell’Hammersmith Odeon di Londra, “muore” ufficialmente Ziggy Stardust. È la fine di un’era ed i tanti fan accorsi non riescono a capacitarsi. La rockstar è tornata “sulle stelle”. Sulla Terra rimane “solamente” Bowie, pronto ad indossare altre maschere, sempre pronto a stupire, in una continua ricerca di nuovi stili e stimoli. E in questa dichiarazione c’è tutto il suo pensiero: «È da quando sono nato che cerco un’identità. Rinnego sempre il passato, vivo per il futuro».

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